29/07/2008 Salinari: 'Bisogna capire l'importanza dei bambini nella costruzione del mondo'



Il presidente della federazione 'Terres des hommes' Italia, membro anche del Consiglio del Forum Sociale Mondiale, sottolinea il rapporto tra infanzia, lavoro minorile, malnutrizione, mortalità entri i primi 5 anni di vita e salute delle donne e dei bambini


di Ilaria Cicione

Priorità, coordinamento e complementarietà degli aiuti allo sviluppo e in particolare di quelli sanitari, più attenzione per la salute dei bambini e delle donne, soprattutto delle madri, e un maggior impegno nei confronti di malattie come l'Aids, la tubercolosi e la malaria. Raffaele Salinari, presidente della federazione internazionale 'Terres des hommes' e membro del Consiglio del Forum Sociale Mondiale, sottolinea il rapporto tra malnutrizione, mortalità entro i primi 5 anni di vita dei bambini, lavoro minorile e sanità materno-infantile.

Aumentano gli impegni degli organismi internazionali in materia di aiuto alla salute, ma secondo il rapporto Ocse-Dac 2007 (il Comitato sugli aiuti dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) i fondi diminuiscono. Incrmentare le risorse è quindi solo una delle vie percorribili. Qual è la strada per un'efficace erogazione degli aiuti?
"Tre sono sostanzialmente i principi guida: il primo è quello del coordinamento degli aiuti tra i grandi donatori per non fare tutti le stesse cose e per evitare sovrapposizioni in uno stesso territorio o in una stessa nazione; il secondo principio è quello della complementarietà degli aiuti, cioè la necessità che i donatori internazionali si organizzino per aree tematiche e per progetti settoriali integrati; il terzo principio è quello delle priorità, geografiche oppure settoriali: anche se ci fossero coordinamento e coerenza tra i donatori ma ci fossero aiuti umanitari a pioggia in vaste aree che oggi hanno meno bisogno di aiuto allo sviluppo e più bisogno di processi democratici di appoggio alla società civile, gli interventi non sarebbero né efficaci né efficienti".

Nel secondo rapporto di 'Azione per la salute globale' vengono presentati studi di caso relativi alle iniziative e alle azioni intraprese dai donatori in diversi paesi dell'Africa, Asia e America Latina. Quali sono i dati che le sembrano più significativi?
"Una valutazione positiva è quella dell'Etiopia. Il rapporto considera tre indici sanitari: salute materno infantile, Hiv, tubercolosi e malaria; e i dati non sono confortanti nel senso che quello che emerge è una diminuzione, all'interno degli aiuti complessivi, dell'attenzione ai problemi sanitari. Questo è abbastanza grave se si considera che la salute è un bene primario. C'è poi una tipologia di aiuti che noi riteniamo ancora più inefficiente, che è quella del sostegno alle grandi infrastrutture sanitarie urbane e metropolitane, accompagnata da una mancanza di attenzione verso le aree rurali. Un caso positivo, invece, è quello dell'Etiopia, dove il il lavoro di cooperazione con le istruzioni locali funziona tanto che lo Stato si è fatto carico dell'organizzazione, della pianificazione e della responsabilità di redistribuire gli aiuti su scala nazionale, bilanciando tra città e campagna e tra assistenza e prevenzione. Cosa che invece non accade in Somalia, ad esempio".

Considerare la questione femminile è fondamentale per la buona riuscita delle politiche di aiuto allo sviluppo. Tuttavia la Dichiarazione di Parigi menziona la parità di genere in uno solo dei suoi 50 paragrafi...
"Cestas, ActionAid e Aidos - tre ong italiane - stanno proprio lavorando sulla questione di genere nelle politiche di aiuto allo sviluppo, perché non c'è sviluppo senza le donne. E la povertà purtroppo è donna, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, nonostante di fatto siano loro a dover gestire la salute di base, quella dei bambini e il management familiare. Pensiamo soltanto al caso della Gramin bank, cioè della banca dei poveri di Yunus, dove il microcredito viene affidato soltanto alle donne perché gli uomini lo spenderebbero tutto in alcolici. Tutta questa situazione non è adeguatamente riflessa nella Dichiarazione di Parigi. E la ragione è che gli interessi dominanti non hanno intenzione di fare della politica degli aiuti uno strumento di ridistribuzione delle opportunità su scala planetaria: i poveri devono rimanere tali e non riversare i loro problemi in Occidente, mentre le risorse e le materie prime devono restare a basso costo. D'altra parte anche la questione di genere si fonda sulle stesse logiche, cioè sulla necessità, per il nostro modello di sviluppo, di mantenere le donne in una posizione subalterna: non è solo una questione di genere, è una questione di potere e di pensiero dominante costruito su logiche maschili".

Secondo i dati dell'Unicef, ogni anno malattie e malnutrizione uccidono nel mondo circa 10 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni. Che cosa bisogna fare per contrastare questa triste realtà?
"Da questo punto di vista l'aiuto allo sviluppo non è certo la soluzione: non si tratta di finanziamenti, si tratta di fare delle politiche di tipo diverso e di restituire i diritti e le opportunità che sono stati tolti. Occorre dare a queste popolazioni la possibilità di scegliere, più o meno autonomamente ma comunque in piena libertà e autonomia, il proprio modello di sviluppo e come gestire le proprie risorse. Il problema dei bambini è un problema di prima grandezza e lo è soprattutto per i numeri: con livelli tecnologici in grado di soddisfare teoricamente i bisogni di tutta la popolazione mondiale, c'è ancora un miliardo e mezzo di persone che vive al di sotto della soglia di povertà e 10 milioni di bambini che muoiono di fame o per malattia. Ciò significa che il modello di sviluppo occidentale va rivisto perché è incapace strutturalmente di guardare al futuro, incapace di comprendere l'importanza dell'infanzia nella costruzione del mondo. La concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi si regge sul livello di povertà di molti".

Nelle zone povere del mondo, se i bambini lavorano muoiono di fatica e se non lo fanno muoiono di fame. Ma anche nei paesi più ricchi ci sono molti bambini che vivono al di sotto della soglia di povertà. Come ci si pone di fronte a questo problema?
"Lo sfruttamento del lavoro minorile è un problema multi-sfaccettato che non può essere affrontato in maniera generica. Ci sono due facce della stessa medaglia: da una parte c'è la posizione generale dettata da una serie di norme, legate all'articolo 283 dell'Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo), che proibisce le peggiori forme di sfruttamento del lavoro minorile (sono 350 milioni i minori sfruttati e censiti ogni anno dall'Ilo). E infatti non ci può essere schiavitù infantile nelle miniere del Congo dove i bambini dopo tre giorni muoiono di stenti o perché vengono schiacciati dai sassi, non ci può essere tolleranza per quanto riguarda i bambini che lavorano le materie tossiche nelle concerie di Asia e Africa, non ci può essere sfruttamento della prostituzione infantile nei bordelli del Sud America oppure in Europa (dove frutta alla criminalità organizzata più di tre miliardi di euro l'anno). D'altra parte, però, il lavoro minorile in alcune zone rurali o artigianali, dettato dalla necessità dei bambini di dare un contributo alla sussistenza dell'economia familiare, non può essere stigmatizzato: il problema in questi casi, che sono la maggioranza, è quello di adattare i processi formativi e la rete di protezione intorno a questi bambini cercando, nello stesso tempo, di cambiare le circostanze in cui vivono".


ascolta l'intervista (.mp3)



Rapporto "Azione per la salute globale"

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